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Il gastronomo frustrato

Wednesday, May 27, 2015

Grafica e cucina  2.0

Tra immagine e narrazione 

 

Oggi scrivendo ad un amico  ho riflettuto  sul rapporto tra immagine e cibo.

E' una concetto  che mi ritorna ciclicamente leggendo libri di cucina, in particolare monografie di cuochi, ricchi di foto  bellissime e ricette impossibili da realizzare. 

Questa stretta relazione tra la materia e la sua rappresentazione possiamo già individuarla in nuce a partire  dal VII a.C in Grecia. Rarissimi frammenti di papiro, poi ritrascritti e tradotti a volte in latino, riportano  descrizioni accurate di alcune preparazioni connotate sopratutto da   una forte valenza  iconica.

Letteratura, pittura, disegno e scultura sono le arti che hanno raccontato visivamente la cucina per secoli. 
Le prime fotografie di piatti completi, pronti per essere consumati a tavola,  appaiono nei manuali domestici nel periodo compreso tra le due guerre.

Le foto, che vanno a sostituire il disegno,  avevano il solo fine di spiegare come "dresser le plat ", come doveva risultare la ricetta alla fine del lungo processo di elaborazione e creazione. Erano tessere inserite all'interno di un complesso persorso narrativo.
L'immagine non era  autoreferenziale, a se stessa o finalizzata alla rappresentazione dell' espressione egoica del cuoco impressa su  splendide carte tipografiche.

Oggi l'editoria culinaria che si occupa di pubblicare i lavori di molti professionisti, segue una  strategia  ben definita: il fotografo è l'unico artefice del successo di un libro. L'esito di questa scelta, dettata esclusivamente da leggi di mercato, o dall'ignoranza degli editor, fa emergere come  nel mare magnum dei milioni di  scatti still life postprodotti, non si  riesca più a costruire una identità, un percorso, che voglia comunicare nella sua complessità il lavoro del cuoco. Solo il piatto può essere rappresentato, tutto il resto è blurred.

Per conferire una maggiore dignità e credibilità alla cucina, bisognerebbe cambiare il sistema della sua rappresentazione attraverso il racconto. I cuochi dovrebbero ritornare alla scrittura, o almeno avvalersi di persone  che siano in grado di trasferire con le parole   i processi, i riferimenti culturali, la genesi delle loro preparazioni. Reinventare una letteratura culinaria, non significa scrivere ricette, interviste deliranti, o glosse a margine che riportano qualche riferimento storico o notizia curiosa.

Scendere nell'universo caleidoscopio di questa nobile arte vuol dire abbandonare i virtuosismi fotografici, la stampa ad alta risoluzione, i closeup up, le introduzioni ai libri, preferendo la complessa e difficile strada della narrazione.

Si può narrare  anche attraverso   il disegno, costruendo con la struttura della   sceneggiatura, fatta   di parole e illustrazioni, una storia degna di una graphic novel avvincente.

I contenuti sono il vero  materiale sul quale riflettere, comporre, creare.

Ma se questi sono assenti,  perchè ci troviamo al cospetto di una cucina che insegue se stessa ripetendosi e clonandosi in continuazione, solamente la fotografia  può sopperire energicamente a questa mancanza, con il risultato che alla fine di un bel libro graficamente ineccepibile,  rimaniamo con la frustrazione e la vertigine di chi ha partecipato al banchetto affacciato alla finestra della sala da pranzo con i piedi nel vuoto.

 

 

Giufà fa il giudice

Un morto di fame, con pochi soldi in tasca, passò davanti una bottega, dove stavano arrostendo della carne. 
L'odore gli scatenò ancor più la fame, ma non avendo soldi a sufficienza per comprare la carne, andò dal fornaio e si comprò un pezzo di pane. Poi, si riavvicinò alla bottega e si sedette là vicino in modo che potesse accompagnare al pane che mangiava il profumo della carne.
Quando finì di mangiare il pane, il padrone della bottega si avvicinò a lui e gli disse:
- Visto che hai gustato con tanto piacere il profumo del mio arrosto, adesso me lo devi pagare!
Il morto di fame, non avendo più soldi per pagare, fu portato a forza da Giufà, che nel frattempo era diventato un bravo giudice.
Il padrone della bottega disse a Giufà:
- Qust'uomo mentre mangiava il suo pane, gustava a sbafo il profumo della mia carne arrostita. Mi deve pagare per questo, ma lui si rifiuta di farlo.
Giufà colpito per la singolare richiesta, chiese al bottegaio: - Quanti denari vuoi per il profumo della tua carne?
Il bottegaio precisò: - Deve darmi cinque denari! Cinque denari per il profumo della mia carne!
A questa richiesta, Giufà prese dalla sua tasca cinque denari e li fece cadere sul suo tavolo, in modo che potessero tintinnare.
Poi, chiese al bottegaio: - Hai sentito il suono dei cinque denari?
Il bottegaio rispose: - Sicuramente signor giudice! Era un piacevole tintinnio! Ma, cosa mi vuole far capire?
Giufà rispose sentenziando: - Così come quel poveraccio si è cibato del profumo della tua carne, tu ti puoi considerare pagato con il suono delle mie monete. E ora te ne puoi andare soddisfatto.

Mentre il bottegaio se ne andava con scorno, Giufà invitò il poveraccio a mangiare a casa sua.

 

Giufà, personaggio letterario della tradizione orale popolare siciliana  e giudaico-spagnola.

Racconti arabi anonimi del IX secolo

 

 

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Aberrations  è un progetto di Burned Blackpot aka Paolo Cazzaro  Testi e disegni sono  coperti da copyright.